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Il disagio abitativo nella
società del rischio.
E' con questa frase
che desidero aprire il mio intervento che certamente è
stato condizionato da ultimi eventi relazionati al territorio
che hanno determinato conferme ed allo stesso tempo, contraddizioni
e frammentazione su quello che rappresenta la politica di settore
e la gestione pubblica del territorio.
Difatti, i tentativi di costruire a parole un modello ottimale
di qualità urbana e di ambiente sostenibile invocando
prima il recupero urbano, poi il risanamento edilizio e sociale,
la riqualificazione urbana, hanno difatti non solo prodotto risultati
deludenti, ma e soprattutto prescrizioni e ricette non convincenti.
Gli eventi richiamati in precedenza quale la vulnerabilità
del territorio e dei centri urbani afflitti da intense piogge
e la proposta di legge sul condono edilizio (in contrasto con
la legge sull'architettura, evento apprezzabile, ma a quanto
pare episodico ) certamente, hanno mutato i presupposti del mio
intervento rispetto al titolo assegnatomi e mi hanno fatto riflettere
sui processi di degrado dell'ambiente.
Così nella specula dei tanti osservatori tecnici, amministrativi,
sociali rivisito molti centri storici limitati alla conservazione
di involucri fisici, pesantemente terziarizzati; al decadimento
fisico e sociale delle periferie che hanno acquisito, sempre
più, la radicale monofunzionalità residenziale
con l'unica innovazione nella trasformazione del territorio di
localizzazioni commerciali.
Questo monitoraggio mi porta a tratteggiare uno scenario consueto
un po' ovunque che nella cornice attuale, individua aree degradate,
edifici e servizi industriali che hanno perso le proprie funzioni,
ex caserme e scali ferroviari in disuso, strutture ospedaliere
obsolete, interi quartieri di edilizia popolare in grave stato
di degrado.
La grande (parola) riqualificazione che avrebbe dovuto sostituire
la sola semplice mancanza di manutenzione in tutti questi anni,
una mancanza questa, la semplice manutenzione che ha determinato
cumulativamente degrado edilizio, ha spesso e soprattutto accompagnato
e determinato non la sostituzione fisica, ma quella sociale verso
il basso e oltre una certa soglia dello stato di abbandono sociale.
Difatti, spesso l'obsolescenza della città o delle sue
parti più soggette a degrado, è stata anche alimentata
dalla frammentazione delle politiche di settore che hanno ignorato
le sole e le più semplici pratiche della corretta manutenzione
ed adeguamento del patrimonio edilizio esistente, ignari del
passo delle dinamiche sociali e dell'evoluzione dei fatti urbani.
Tralascio poi la tutela e la politica della difesa del suolo
e dell'ambiente ed aggiungo il controllo sul patrimonio esistente.
Per risolvere questi problemi è poi uscita l'ultima ideazione
con la legge 166/03 che con l'articolo n° 27 prescrive come
una ricetta medica o meglio, come effetto terapeutico un nuovo
strumento: i programmi di riabilitazione urbana e quindi, interventi
e procedure rivolti alla sostituzione ed alla permanenza di edifici
e spazi di servizio, il riordino delle reti di trasposto ecc.
I campi applicativi del programma della riabilitazione urbana
intravedono la possibilità di qualità urbana con
la delocalizzazione del patrimonio edilizio irrecuperabile, all'ammodernamento
dello stock edilizio, alla rigenerazione ambientale dei sistemi
urbani ed al recupero di efficienza urbana.
E così si rafforzano etimi e si confermano i proclami:
informazione, consultazione concertazione privata pubblica, condecisione,
osservatori, controlli, indagini fascicolo del fabbricato, vulnerabilità,
monitoraggi, ecc.
Nel frattempo le aree a rischio interessate si sono ulteriormente
dilatate colpiti da terremoti, dal bradisismo, dal vulcanesimo,
dal pericolo di esondazioni, aggravate dai pericoli idrogeologici,
scattano le immediate azioni della protezione civile, rivolte
alla delocalizzazione di aree edificate abusivamente o in deroga,
o meglio in variante agli strumenti urbanistici, ormai compromesse
o talmente vulnerabili per cui si invoca anche la messa in sicurezza
Allora un serio programma di settore, pensato con regole precise
di intervento sulle aree a rischio, sul patrimonio vecchio, sui
quartieri in stato di abbandono, sulle sacche di degrado, si
promuove con l'incentivazione e con la sperimentazione, magari
attraverso il programma di riabilitazione e, si attua solo ed
attraverso una seria politica urbana coerente, intransigente
ed applicata senza contraddizioni.
La tendenza da diffondere dovrebbe essere rivolta verso un recupero
puntuale, parziale, e non sostitutivo, i crolli o i collassi
degli edifici non sono mai dovuti alla vecchiaia, ma ai difetti
tecnici o addirittura agli abusi molto specifici e quindi, occorre
l'obbligo quanto meno di controlli per una prudente gestione
del patrimonio. Per quanto ho potuto accertare in tutti questi
anni nella decisione delle assegnazioni d'uso del suolo, il termine
di riferimento è stata la realtà del mercato urbano
che non è lo stratificarsi delle relazioni sociali, ma
lo stratificarsi delle relazioni di potere.
Quindi ogni azione sul territorio dovrebbe cercare di costruire
finalità e criteri distributivi che tengano conto delle
disuguaglianze esistenti ed ineliminabili, dove i progetti, i
programmi ed i piani agendo su queste disuguaglianze, nella trasformazione
urbana e dell'ambiente, dovrebbero prescrivere il carattere distributivo
di uso del suolo per ricondurre queste disuguaglianze ad un sistema
di regole più esplicito ed orientati ai fini dichiarati
e scritti in un piano urbano.
Per quello che mi riguarda ciò si rivolge ad una netta
contraddizione tra l'urbanistica formale: leggi, burocrazie,
procedure amministrative ed un'urbanistica reale: competenza
tecnica, progetto.
La progettazione urbana proprio per gli indirizzi e metodi intrapresi,
oggi è molto modesta come modesta è la capacità
di valutazione, la qualità professionale premiata dalle
procedure tradizionali, come dice il Prof. Luigi Mazza non è
la competenza tecnica, ma la capacità di ottenere ascolto
e consenso La progressiva dequalificazione delle competenze professionali,
ma anche le procedure amministrative pubbliche hanno dato un
contributo decisivo a svalutare le competenze tecniche a vantaggio
della capacità di contatto, di scambi e anche di manovra
clientelari.
Alla fine la consapevolezza di non essere capaci di produrre
segni da lasciare alle nuove generazioni, di realizzare spazi
autorappresentativi, di ideare luoghi urbani, espressioni artistiche
delle relazioni sociali, rappresenta il migliore osservatorio
permanente delle immagini reali ed il migliore fascicolo per
far riflettere chiunque.
Arch. Dario
La Fauci
Presidente Ordine A.P.P.C di Messina
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