Consulta degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Sicilia Consulta degli Architetti,
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3° Congresso Regionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori Siciliani

Un Osservatorio sul patrimonio edilizio esistente
Dario La Fauci

Presidente dell'Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Messina

 

Il disagio abitativo nella società del rischio.
E' con questa frase che desidero aprire il mio intervento che certamente è stato condizionato da ultimi eventi relazionati al territorio che hanno determinato conferme ed allo stesso tempo, contraddizioni e frammentazione su quello che rappresenta la politica di settore e la gestione pubblica del territorio.
Difatti, i tentativi di costruire a parole un modello ottimale di qualità urbana e di ambiente sostenibile invocando prima il recupero urbano, poi il risanamento edilizio e sociale, la riqualificazione urbana, hanno difatti non solo prodotto risultati deludenti, ma e soprattutto prescrizioni e ricette non convincenti.
Gli eventi richiamati in precedenza quale la vulnerabilità del territorio e dei centri urbani afflitti da intense piogge e la proposta di legge sul condono edilizio (in contrasto con la legge sull'architettura, evento apprezzabile, ma a quanto pare episodico ) certamente, hanno mutato i presupposti del mio intervento rispetto al titolo assegnatomi e mi hanno fatto riflettere sui processi di degrado dell'ambiente.
Così nella specula dei tanti osservatori tecnici, amministrativi, sociali rivisito molti centri storici limitati alla conservazione di involucri fisici, pesantemente terziarizzati; al decadimento fisico e sociale delle periferie che hanno acquisito, sempre più, la radicale monofunzionalità residenziale con l'unica innovazione nella trasformazione del territorio di localizzazioni commerciali.
Questo monitoraggio mi porta a tratteggiare uno scenario consueto un po' ovunque che nella cornice attuale, individua aree degradate, edifici e servizi industriali che hanno perso le proprie funzioni, ex caserme e scali ferroviari in disuso, strutture ospedaliere obsolete, interi quartieri di edilizia popolare in grave stato di degrado.
La grande (parola) riqualificazione che avrebbe dovuto sostituire la sola semplice mancanza di manutenzione in tutti questi anni, una mancanza questa, la semplice manutenzione che ha determinato cumulativamente degrado edilizio, ha spesso e soprattutto accompagnato e determinato non la sostituzione fisica, ma quella sociale verso il basso e oltre una certa soglia dello stato di abbandono sociale.
Difatti, spesso l'obsolescenza della città o delle sue parti più soggette a degrado, è stata anche alimentata dalla frammentazione delle politiche di settore che hanno ignorato le sole e le più semplici pratiche della corretta manutenzione ed adeguamento del patrimonio edilizio esistente, ignari del passo delle dinamiche sociali e dell'evoluzione dei fatti urbani.
Tralascio poi la tutela e la politica della difesa del suolo e dell'ambiente ed aggiungo il controllo sul patrimonio esistente.
Per risolvere questi problemi è poi uscita l'ultima ideazione con la legge 166/03 che con l'articolo n° 27 prescrive come una ricetta medica o meglio, come effetto terapeutico un nuovo strumento: i programmi di riabilitazione urbana e quindi, interventi e procedure rivolti alla sostituzione ed alla permanenza di edifici e spazi di servizio, il riordino delle reti di trasposto ecc.
I campi applicativi del programma della riabilitazione urbana intravedono la possibilità di qualità urbana con la delocalizzazione del patrimonio edilizio irrecuperabile, all'ammodernamento dello stock edilizio, alla rigenerazione ambientale dei sistemi urbani ed al recupero di efficienza urbana.
E così si rafforzano etimi e si confermano i proclami: informazione, consultazione concertazione privata pubblica, condecisione, osservatori, controlli, indagini fascicolo del fabbricato, vulnerabilità, monitoraggi, ecc.
Nel frattempo le aree a rischio interessate si sono ulteriormente dilatate colpiti da terremoti, dal bradisismo, dal vulcanesimo, dal pericolo di esondazioni, aggravate dai pericoli idrogeologici, scattano le immediate azioni della protezione civile, rivolte alla delocalizzazione di aree edificate abusivamente o in deroga, o meglio in variante agli strumenti urbanistici, ormai compromesse o talmente vulnerabili per cui si invoca anche la messa in sicurezza
Allora un serio programma di settore, pensato con regole precise di intervento sulle aree a rischio, sul patrimonio vecchio, sui quartieri in stato di abbandono, sulle sacche di degrado, si promuove con l'incentivazione e con la sperimentazione, magari attraverso il programma di riabilitazione e, si attua solo ed attraverso una seria politica urbana coerente, intransigente ed applicata senza contraddizioni.
La tendenza da diffondere dovrebbe essere rivolta verso un recupero puntuale, parziale, e non sostitutivo, i crolli o i collassi degli edifici non sono mai dovuti alla vecchiaia, ma ai difetti tecnici o addirittura agli abusi molto specifici e quindi, occorre l'obbligo quanto meno di controlli per una prudente gestione del patrimonio. Per quanto ho potuto accertare in tutti questi anni nella decisione delle assegnazioni d'uso del suolo, il termine di riferimento è stata la realtà del mercato urbano che non è lo stratificarsi delle relazioni sociali, ma lo stratificarsi delle relazioni di potere.
Quindi ogni azione sul territorio dovrebbe cercare di costruire finalità e criteri distributivi che tengano conto delle disuguaglianze esistenti ed ineliminabili, dove i progetti, i programmi ed i piani agendo su queste disuguaglianze, nella trasformazione urbana e dell'ambiente, dovrebbero prescrivere il carattere distributivo di uso del suolo per ricondurre queste disuguaglianze ad un sistema di regole più esplicito ed orientati ai fini dichiarati e scritti in un piano urbano.
Per quello che mi riguarda ciò si rivolge ad una netta contraddizione tra l'urbanistica formale: leggi, burocrazie, procedure amministrative ed un'urbanistica reale: competenza tecnica, progetto.
La progettazione urbana proprio per gli indirizzi e metodi intrapresi, oggi è molto modesta come modesta è la capacità di valutazione, la qualità professionale premiata dalle procedure tradizionali, come dice il Prof. Luigi Mazza non è la competenza tecnica, ma la capacità di ottenere ascolto e consenso La progressiva dequalificazione delle competenze professionali, ma anche le procedure amministrative pubbliche hanno dato un contributo decisivo a svalutare le competenze tecniche a vantaggio della capacità di contatto, di scambi e anche di manovra clientelari.
Alla fine la consapevolezza di non essere capaci di produrre segni da lasciare alle nuove generazioni, di realizzare spazi autorappresentativi, di ideare luoghi urbani, espressioni artistiche delle relazioni sociali, rappresenta il migliore osservatorio permanente delle immagini reali ed il migliore fascicolo per far riflettere chiunque.

Arch. Dario La Fauci
Presidente Ordine A.P.P.C di Messina

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